DUE DONNE, IL WEST E UN PRANZO DA REGINE

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DUE DONNE, IL WEST E UN PRANZO DA REGINE

Anni fa per la prima volta ho attraversato l’America, da Chicago a Los Angeles, in macchina.  Insieme a mio marito, a mio figlio, e al mio acquisito figlio americano, giravo un documentario per il Gambero Rosso Channel, raccontando cosa accadeva allora nel ventre americano, cosa si mangiava, le mode, i prodotti, i ristoranti.  Io ero l’autore, mio figlio l’operatore, mio marito il regista e Ben, il mio american son l’ispettore di produzione.  Un viaggio meraviglioso e divertente, posti splendidi e selvaggi che ricordiamo tutti con gioia ed emozione.  E che ci ha riservato tante sorprese.  Per esempio, era di maggio, il risveglio un mattino nella Monument Valley, in Arizona, in cui le incredibili formazione rocciose e il deserto intorno erano all’improvviso bianche di neve dopo una bufera notturna e il cielo blu cobalto sotto il sole.  Ma la sorpresa più gradita ce l’hanno regalata Eremita e Margaret Campos.  Avevamo traversato il Texas, miglia e migliaia di piatta brughiera, non una casa, un albero, un essere vivente, per la prima volta nella vita consultavo una mappa stradale che mostrava solo quadrati bianchi, non un nome, una strada, un paese a rovinarne il nitore.  Intorno un gran silenzio che è durato due giorni, tanto ci abbiamo messo ad attraversare quel grande stato.  Poi  ad un tratto il panorama è cambiato.  Eravamo entrati in New Mexico e l paesaggio improvvisamente si era fatto verticale.  Montagne, colline, fiumi, villaggi. Avevamo appuntamento con queste due donne, “native americans”, indiane d’America, madre e figlia.  Il loro nome mi era stato fatto da Deborah Madison, una famosa “food writer” americana che avevo contattato perchè volevo incontrare qualcuno che ancora avesse un vero rapporto con la terra, con i suoi doni.  Deborah era stata gentilissima e mi aveva a lungo parlato delle due donne che lungo il Rio Grande coltivavano  verdure e frutta e tenevano corsi di cucina in cui usavano solo i loro prodotti.  Deborah, che viveva nei dintorni di Santa Fè, sarebbe stata lì ad aspettarci per passare insieme la giornata.  La macchina costeggiava il Rio Grande, un fiume il cui nome evoca scenari da selvaggio West ma che lì sembrava più che altro un grande e impetuoso torrente.  Traversammo il fiume e ci ritrovammo in una fattoria circondata da pareti di roccia rossa.  Margaret e Eremita ci vennero incontro.  Il luogo  era di una bellezza selvaggia e remota, che toglieva il respiro.  Oltre a madre, figlia e a Deborah c’era anche una bimbetta, la nipotina di Eremita.  Nonna Eremita mi trascinò subito a vedere le sue pianticelle, zucchine, carote, insalatine tenerissime, cetrioli, asparagi, erbe aromatiche.  Di ognuna mi raccontava vita,morte e miracoli, quando erano nate, come erano cresciute, quali fossero stati i momenti difficili vissuti insieme, proprio come si fa con i figli.  Ne parlava con un tale orgoglio e con tale visibile gioia che non era difficile capire perchè fossero le sue creature predilette.  Era lei a occuparsene e solo lei, Margaret poi le preparava nelle sue lezioni di cucina.  Eremita non sapeva cucinare, lo diceva chiaramente, ma la partnership con la figlia funzionava alla perfezione, l’una nei campi, l’altra ai fornelli.  La casa, dove Margaret già si affaccendava iintorno al fuoco era grande, con il tetto di legno e le pareti bianche come quelle della haciendas messicane.  Ovunque cadesse l’occhio c’erano  fotografie.  Solo di donne: le zie, le nonne, le bisnonne.  Un universo famigliare, cominciavo a rendermene conto, tutto al femminile.  Talmente imponente era questa presenza donnesca che non ebbi nemmeno il coraggio di chiedere che fine avessero fatto  gli uomini, compreso il padre della piccola  figlia di Margaret.  Se avessi avuto ancora qualche dubbio sul matriarcato che governava la casa sul Rio Grande, ci pensò Margaret a spazzarlo via.  “Vieni-voglio farti vedere una cosa”, attraversammo il ranch e raggiungemmo il suo confine, là dove si ergevano maestose le montagne rosse, perpendicolari verso il cielo azzurro.  Nella roccia c’era una grande apertura.  “Cosa ti ricorda?- mi chiese la donna.  Io vedevo solo una fessura a forma di uovo oblungo, intorno alla fessura, a circondarla, un nastro in rilievo, anch’esso di roccia.  Sembrava una piroga? Una canoa? Una ferita? Margaret mi osservava con un sorrisetto misterioso.  Poi ad un tratto capii, trattenni il fiato per la sorpresa e esclamai: “Ma…ma è una vagina! Una grande vagina! “. “Proprio così.  Vieni, entriamo, è una casa, l’abbiamo scavata noi e l’affittiamo per brevi periodi”.  Entrai nella casa avvolta dalla penombra e dal silenzio. Era come entrare in un universo parallelo.  L’interno era un grande utero, scale e scalettte univano il soggiorno alla cucina, al bagno e alla stanza da letto, non c’era uno spazio quadrato o rettangolare, nessuno spigolo, pareti tondeggianti e smussate, cunicoli serpentini, proprio come ritrovarsi nell’utero materno.  Ampie finestre si aprivano all’improvviso regalandoti la vista del fiume che rumoreggiava in basso.  Mi sarebbe davvero piaciuto viverci in quella vagina di roccia che sembrava pulsare sotto il sole.  Non mi ero mai sentita così perfettamente a sincrono con la terra, la natura, il lato femminile del mondo.  Intorno regnava una pace viva, un’energia profonda, l’energia di tutte le donne del pianeta terra. 

Adesso ci aspettava il pranzo, avremmo mangiato tortillas con le verdure stufate e i fagioli coltivati da Eremita, ma il pezzo forte era rappresentato dalla carne che Margaret aveva cotto nello “Horno”, un forno che veniva costruito e disfatto ogni volta che ci cucinavano.  “Lo costruisco io-mi spiegò Margaret- con l’argilla, poi accendo il fuoco finchè non si forma la brace, allora ci metto dentro la carne, un po’ d’olio, spezie, erbe e sigillo tutto, la carne cuoce per ore, come dentro un utero- (un’altro utero, un’altra storia al femminile).  Adesso è pronta, se mi accompagni andiamo a spaccarlo”.  Con un solo colpo di martello la donna distrusse il forno e nell’aria si sparse un profumo così intenso di carne, che persino io che non sono una grande carnivora, ebbi un momento di smarrimento ubriaco.  Insieme impastammo e cuocemmo le tortillas e preparammo le verdure.  Adesso era tutto pronto.  Fu Eremita, per anzianità a tagliare la carne e a servirci. 

Sono passati anni ma quell’arrosto è ben fermo nella mia memoria gustativa e con pochissimo sforzo riesco ancora a sentirne il sapore.  Fu un pasto da re, anzi da regine.  La carne era tenera come burro, scivolava sul palato come velluto, trattenevo in bocca ogni boccone il più a lungo possibile prima di mandare giù, avrei voluto che quel pasto non finisse mai.  Erano sapori che avevano tante stratificazioni, una più intensa dell’altra, l’affumicato del fumo in cui la carne aveva cotto, la resina della legna di mesquite, la nota piccante delle spezie e quella terrigna delle erbe.  Non avevo mai mangiato nulla di simile prima e non mi è ahimè mai più accaduto dopo.  Un pranzo perfetto, dai gusti così intensi che sembrava di mangiare la terra che ci aveva regalato quelle verdure, quella farina, quella carne.  Un pasto avvolgente, femminile, magico.  Restammo al ranch fino a sera, pacificati, senza altri desideri se non di restare lì per sempre, insieme a quelle donne straordinarie, stregati dai loro incantesimi. 

Al tramonto, a malincuore tornammo a Taos, al nostro albergo, mentre un enorme sole infuocato tingeva di rosso la casa utero.  Il fiume adesso mormorava piano e i primi grilli stridevano nell’erba.  Non ho più rivisto le due donne ma le penso sempre, tra i loro campi sul Rio Grande, in perfetta armonia con la natura.  Quel pranzo è stato uno dei migliori della mia vita. 

PER SAPERNE DI PIù DELLA SCUOLA DI CUCINA DI MARGARET E EREMITA E DEL LORO RANCH: www.comidadecampos.com

 

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