LA STRANA STORIA DI BETTY CROCKER, CUOCA AMERICANA.

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LA STRANA STORIA DI BETTY CROCKER, CUOCA AMERICANA.

DA: “UNA CASALINGA AD HOLLYWOOD” DI STEFANIA BARZINI-GUIDO TOMMASI EDITORE

 

“Ogni volta che penso ai dolci americani, il mio pensiero corre inevitabilmente a Betty Crocker.  Certo è che per noi italiani il nome Betty Crocker non ha nessun significato.  Provate invece a a chiederlo agli americani e vedrete che vi risponderanno con aria sognante che Ms. Crocker è una bella signora ottantenne, quella che per prima ha spiegato all’America cosa significasse cucinare, quella che per milioni d’americani è stata (ed è ancora), la madre, la moglie, l’amica ideale; l’autrice di più di duecento libri di cucina, tutti rigorosamente finiti nella lista dei best sellers, la conduttrice di un popolarissimo show radiofonico, andato in onda per ben 25 anni, e infine una signora la cui fama è tale da essere stata votata a furor di popolo la “Seconda donna più famosa d’America”, subito dopo Eleanor Roosevelt.  L’unica cosa che nessun americano vi dirà mai (benchè sia una verità nota a tutti), è che Betty Crocker non esiste.

Betty è infatti il primo caso al mondo di cuoca virtuale, un riuscito esperimento ante litteram, di ingegneria genetica.  Per trovarla dovrete cercare nei supermercati americani, nel reparto “Baking Goods”: la sua esile figurina farà bella mostra su tutte le scatole di mix già preparati per dolci.

Ms. Crocker è nata nel 1921 dalla fervida immaginazione di Sam Gale, uno dei manager della Washburn Crosby Company, in seguito diventata General Mills.  Quell’anno la Società avveva lanciato un concorso per pubblicizzare la Golden Meal, la farina più famosa d’America.  Insieme alle soluzioni del concorso arrivarono anche una sfilza impressionante di lettere che chiedevano consigli e aiuti in cucina.  Bisognava rispondere.  Ma a farlo, secondo il solito Gale doveva essere una persona vera, con un nome, una firma e una sua personalità, non un anonimo redattore.

Così ha inizio il più bizzarro processo di sintesi umana dei nostri giorni.  Nome e cognome sono presto trovati: Crocker è preso in prestito da uno dei direttori della compagnia; Betty è, tra quelli americani, il nome più comune e  rassicurante (un pò come da noi Maria o Rosa).  Il passo successivo è dare a Betty una firma, scelta tra quelle delle impiegate che abbiano una calligrafia nitida e precisa.  E’ nata una star, alla quale manca solo un volto.

Il primo dei suoi nove volti Betty lo acquista nel 1936 ed è quello di una dignitosa signorina, capelli raccolti sulla nuca, sguardo severo ma comprensivo.  Fino al 1996, Ms. Crocker cambia poco e si attiene a quattro leggi fondamentali: i suoi capelli sono eternamente castani, Betty indossa sempre qualcosa di rosso (un golf, un abito, una giacca), deve sempre avere qualcosa di bianco al collo (una sciarpa o una collana), e soprattutto la sua   pelle e’ bianca.  Ma più che le leggi fisiche contano quelle morali.  E anche qui le regole sono rigidissime: la Cuoca Bionica è altruista, affidabile, amichevole, e soprattutto casta.  Niente uomini per Betty, la Madre Teresa delle cucine.

Gli Americani si innamorano perdutamente di questa rassicurante signora che li accompagna con consigli e ricette negli anni difficile della guerra e, meglio di chiunque altra, incarna l’ideale femminile americano di quel periodo.  Insomma è lei la sorella gemella della mia Ruth, la mamma di Lassie.  Poi però la guerra finisce e gli Americani si scoprono improvvisamente ricchi.  Nascono le freeways sulle quali sfrecciano ogni giorno, milioni di macchine.

La gente si sposta a vivere nei suburbs, le enormi periferie delle grandi città, in casette tutte uguali, ciascuna con il suo giardinetto, il suo portico, il suo barbecue.  Le donne, dopo la breve parentesi lavorativa della guerra, ritornano a casa, con un unico, nuovo imperativo: “intrattenere e ricevere”.  Si fa presto a dirlo, ma in quegli anni di grandi spostamenti le famiglie si sono smembrate: le figlie ad Est, le madri a Ovest, le zie a Nord.  A chi dunque chiedere aiuti, consigli, ricette?  E qui Betty, che sarà pure virtuale, ma non è mai stata stupida, tira fuori dalla manica il suo asso vincente: The Betty Crocker Picture Book, pubblicato nel 1950.  E’ il primo libro di cucina in cui le ricette vengono fotografate passo per passo.  Ed è un successo clamoroso.  Ma gli anni passano e le mode cambiano, anche quelle culinarie, solo Betty e le sue ricette restano immutabili: la reincarnazione dell’86 indossa un abbigliamento che sembra più adatto alla caccia alla volpe che alla preparazione di uova strapazzate!

E’ verso la fine degli anni ’90 però che i nodi vengono al pettine.  In America impazza il politically correct e Betty, pelle bianca e occhi immancabilmente azzurri, comincia a dare fastidio alle minoranze etniche.  La General Mills corre ai ripari e nel 1996, in occasione dei 75 anni della nostra cuoca virtuale, rimescola le carte e con l’aiuto del computer ci regala l’ultima (per ora) Betty Crocker: pelle olivastra, occhi scuri e leggermente a mandorla, capelli corvini.  Un vero mix di razze.  L’America democratica sembra essere soddisfatta.

Confesso che ogni tanto anch’io venivo tentata dai mix di Betty, la torta al limone per esempio non era niente male, Non ho mai utilizzato invece i preparati  per fare muffins e brownies.

Il brownie, tra quelli americani, è forse “il dolce” per eccellenza.  Ogni casalinga ha la sua ricetta, chi ci mette più noci, chi meno burro, chi usa cioccolato amaro e chi lo vuole semidolce, per tutte però i brownies devono essere morbidi, umidi e scuri.  A me piacciono moltissimo perciò ero sempre contenta quando me li offrivano, il che avveniva spesso.  Non c’è cena, festa, compleanno, riunione in cui prima o poi non facciano la loro comparsa questi dolcetti.  A me accadeva soprattutto a scuola, alle riunioni del PTA.

Il PTA è l’equivalente americano dei nostri incontri fra genitori.  Per qualche motivo, che non mi è ancora ben chiaro, io queste assemblee le detestavo già in Italia, figuriamoci a Los Angeles.  Il fatto è che mi sentivo sempre vagamente a disagio, fuori contesto, un pò estranea.  Temevo che le altre madri (perchè erano quasi esclusivamente loro a partecipare), potessero capire che non ero esattamente la tipica mamma da PTA, che non riuscivo ad appassionarmi al problema della carta igienica nei bagni (quanta, come, di che tipo) e che mi era difficile comprendere il senso delle tantissime e a volte incomprensibili regole scolastiche.  Per ognuno di questi incontri era previsto un rinfresco, sempre lo stesso, formaggio, caffè e  per l’appunto brownies.  Per nascondere il mio impaccio mi buttavo con ardore sui dolci, una vera e propria ancora di salvezza”.

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