PIERLUIGI BATTISTA SUL MIO LIBRO”FORNELLI D’ITALIA”

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PIERLUIGI BATTISTA SUL MIO LIBRO”FORNELLI D’ITALIA”

Per prima cosa vorrei ringraziare Pierluigi Battista per il suo pezzo sul mio libro, per le belle parole e per il dibattito da lui aperto su cucina, cibo industriale e progresso. Qui posto il suo pezzo e di seguito il mio post di risposta all’articolo.  Quello che ha scritto Battista apre la porta a tante considerazioni.  Mi piacerebbe conoscere anche il vostro parere.

05 maggio 2014
di Pierluigi Battista
Stefania Aphel Barzini ha scritto un bellissimo libro che si intitola “Fornelli d’Italia”, edito da Mondadori. È una storia dell’Italia e di come l’Italia è diventata nazione anche attraverso la cucina e la gastronomia. Una storia che vuole risarcire le donne da una grande ingiustizia: “mentre la gastronomia raffinata è descritta da quegli stessi uomini che la interpretano (i grandi chef che oggi spopolano come star), il quotidiano ‘far da mangiare’ costruito silenziosamente dalle donne, non ha mai avuto celebri cantori”.
E’ vero, però Stefania Aphel Barzini, che è una donna colta e ironica, non si arrabbierà se il suo libro finisce per suggerire in qualche lettore conclusioni opposte a quelle dell’autrice. All’autrice, per capirci, non piace tanto l’industria e la cultura industriale, descritta nelle sue pagine sempre come qualcosa che contamina la cucina con la sua inautenticità. A chi scrive queste righe, invece, le pagine in cui si menzionano i prodotti industriali del cibo hanno provocato una certa commozione. Che gioia quell’accenno all’«estratto di carne Liebig», madre di tutti i prodotti industriali. E che commozione per quei “prodotti che fanno bella mostra nei nuovi supermercati, allineati sugli scaffali, in corsie ben ordinate sotto le luci artificiali”. Quelle cose che si possono mettere al fresco grazie all’invenzione del frigorifero, o riscaldate grazie al forno a micro-onde, o sminuzzate e tritate grazie a frullatori e centrifughe. Quel richiamo ai “dadi”, alle “salse già pronte”, alle “zuppe in scatola, ai “formaggini da spalmare”, ai “biscotti confezionati”, a tutti quei prodotti “impacchettati, incellofanati, inscatolati, resi più facili da maneggiare”. Qui si diverge dalle conclusioni dell’autrice. Che deplora assai questo “sbocconcellare con le mani”, queste “bibite colorate e frizzanti”, quest’orgia di cracker e sandwich, questo mondo “asettico” in cui la donna, che ha da sempre un “rapporto molto fisico con il cibo” (il “potere del fuoco” più volte evocato in queste pagine), si sentirebbe a disagio.
La supremazia degli uomini in gastronomia? Non hanno mai «fatto da mangiare»
E però come si spiega questa supremazia maschile sulla gastronomia dei grandi chef uomini se non con il fatto che gli uomini non hanno mai avuto a che fare con il quotidiano “far da mangiare”? Facile per loro, per noi maschietti: non abbiamo mai fatto niente in cucina, abbiamo dato tutto l’onere del “far da mangiare quotidiano” alle donne, ci siamo seduti a tavola, senza nemmeno la preoccupazione di non macchiarci perché tanto a lavare e a stirare ci pensavano le donne, e adesso sì che possiamo metterci in cucina a elaborare piatti alla moda, a diventare star e a maltrattare quei poveretti che si presentano a Masterchef. Le donne invece hanno guadagnato un sacco di tempo con quelle confezioni industriali.

Cibi già cotti, soltanto da scaldare: due minuti anziché due ore. Salse già pronte: il tempo di mettere tutto in tavola e il più è fatto. Quando si cucina per dovere e per necessità, e non per giocare come fanno i maschietti emuli dei grandi chef che parlano un linguaggio astruso e pre-confezionato come i prodotti industriali tanto deplorati dall’autrice di “Fornelli d’Italia”, la liberazione portata da quelle scatole e da quei pacchi trovati sugli scaffali di asettici supermercati è un regalo enorme. Come le lavatrici che hanno liberato le donne dalla schiavitù del bucato a mano. L’estratto di carne Liebig: non so chi l’abbia inventato. Chiunque sia stato, ecco un benefattore dell’umanità.

“Eccomi qua! Sono colei che il libro l’ha scritto! Ma non confondiamo le idee! Intanto l’estratto Liebig non è il dado, e anzi c’è grande differenza(l’estratto Liebig è benemerito, il dado assai meno). Poi sono la prima a dire che il “progresso” ha molto aiutato le donne, elettrodomestici, frigorifero, fornelli funzionanti. Ma l’industria alimentare è cosa diversa. E gentile Pierluigi non cada anche lei in trappole ben orchestrate ma per l’appunto trappole. Le cotture di due ore nelle nostre case sono scomparse da tempo, resistono, forse, nelle cucina dei week end o in quelle delle feste delle appassionate /i di fornelli che possono permetterselo. Mi creda un piatto di pasta, una fettina di carne, due polpette, un’insalata, tutte preparazioni che sono la base della cucina di casa e che aiutandosi con un minimo di fantasia, possono essere variate quasi all’infinito, non prendono più di dieci minuti e sono infinitamente più buone di qualsiasi prodotto in scatola. Non sono una talebana delle cucine, anche a me è capitato e capita di usare surgelati e affini (scatolami, intesi come verdure in scatola no, quelli sono davvero un insulto al palato). Quindi libertà a ciascuno di usare quel che si vuole. Ma che sia fatto consapevolmente e per scelta, non perchè un’industria furbetta e desiderosa solo di monetizzare, ci racconta storielle fasulle. E dunque ode a lavatrice, frigorifero, forni e frullatori. Ma il pesto ad esempio si fa in tre minuti di orologio: basilico, pinoli, aglio, olio, pecorino e parmigiano, fruuum=pesto!”

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