VIRGINIA WOOLF E IL CIBO: ODIO O AMORE? PARTE 1

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VIRGINIA WOOLF E IL CIBO: ODIO O AMORE? PARTE 1

 

DA: “LA SCRITTRICE CUCINAVA QUI” DI STEFANIA APHEL BARZINI-EDIZIONI GRIBAUDO

 “Una bella cena é importante per una buona conversazione.  Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si é mangiato bene”.  Così scrive Virginia Woolf  in  Una Stanza tutta per sé.  Ma forse più illuminante ancora é ciò che annota nei suoi diari l’8 marzo del 1941, solo venti giorni prima di suicidarsi e di concludere così tragicamente la sua esistenza.  “Occuparsi é essenziale.  Ed ora con un certo piacere mi accorgo che sono le sette e devo preparare la cena.  Merluzzo e salsicce. Credo sia vero che scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni del merluzzo e delle salsicce”.  Virginia perciò lo sapeva, si può tentare di tenersi ancorati al mondo con le parole del cibo, con il cibo stesso.  Lei lo aveva sempre fatto, o almeno aveva cercato di farlo, ogni qual volta la malattia che le avrebbe rovinato l’esistenza alzava la testa, per morderla senza pietà, lasciandola poi sempre più sola, fragile, stordita.  Questa crisi, l’ultima, le sembrava più violenta e insopportabile delle precedenti, era certa che non sarebbe riuscita a superarla. Sapeva che non ce l’avrebbe fatta a vincere il dolore, l’ansia, le paure che la malattia portava con sé.   Ne aveva riconosciuto i sintomi, sentiva le voci che la opprimevano con i loro toni cupi e gli uccellini di Monk’s House, la casa tanto amata, avevano iniziato a cinguettare in greco, sussurrando parole senza senso.  Ma soprattutto c’era il cibo, o meglio il disgusto del cibo, la paura del cibo, l’ossessione del cibo. Quello era uno degli inconfondibili segni che il mostro si faceva da presso.  Il 25 febbraio 1941 così scrive, mentre prende un tè al Fuller’s Teashop, uno di quei rituali che l’aiutano a restare aggrappata alla realtà: “ Una donna grassa tutta elegante, con un cappellino roso di cacciatore, perle, gonna a quadri mangiava dolci sontuosi.  Anche il suo scalcagnato accompagnatore si rimpinzava: dall’altra parte il furgone di Hudson scaricava biscotti.  La donna grassa aveva un indecente viso largo e bianco da focaccia.  L’altro era leggermente arrostito.  Non facevano che mangiare.  E parlare di Mary.  Ma se é malata, dovrai andare a trovarla.  Tu sei l’unica…Ma perché dovrebbe essere malata?…Ho aperto la marmellata ma a John non piace.  E abbiamo due libbre di biscotti nel barattolo di sopra…In loro c’era un che di profumato, dozzinale, parassitico.  Poi fecero il conto dei dolci.  E s’intrattennero con la cameriera: Da dove vengono i soldi per nutrire questi grassi lumaconi bianchi? Brighton, paradiso delle lumache………Gente tutti i giorni.  E un rimescolìo nella testa.  E dei vuoti.  Il cibo diventa un’ossessione.  Do’ via a malincuore un dolcetto alle spezie.  Stranezze dovute all’età o alla guerra?”. Certo, la guerra e le sue ristrettezze c’entravano, ma il disgusto o l’ossessione del cibo hanno sempre accompagnato le crisi di Virginia.  Oggi si potrebbe dire che fosse anoressica, o quantomeno che lo diventasse nei momenti della malattia, ma sarebbe riduttivo.  La verità é che da sempre questa donna geniale, nevrotica, insicura, ha avuto con il mangiare, con la cucina, un rapporto complesso e ondivago.  Tra tutte le scrittrici che racconto nel mio libro é di sicuro lei quella che ha intrattenuto con il cibo la relazione più tortuosa e affascinante allo stesso tempo.  E non é un caso che proprio con lei abbia voluto iniziare la mia storia.

Il fatto é che con Virginia é vero tutto e il contrario di tutto, e non solo gastronomicamente parlando.  Leonard, il marito molto amato, anche se in maniera non convenzionale, l’angelo custode, la diga contro la malattia, scrive che la moglie amava i piaceri della vita, mangiare, fare le spese.  E in effetti le pagine dei suoi libri, dei suoi diari, delle sue lettere, sono ricche di annotazioni sugli incanti del palato e sulle gioie che il cibo le regala.  Ma tutto questo cambia di colore quando la malattia si avvicina,  ciò che mette in bocca diventa allora il nemico da sconfiggere.  Nelle fasi maniacali i piaceri della carne, sesso incluso, “l’orgasmo-afferma- é enormemente esagerato”, diventano rivoltanti, ostili, rifiutarli vuol dire rifiutare la malattia stessa, controllare il corpo, annichilirlo a colpi di digiuno, essere in grado di controllare la mente e perciò la vita stessa.  Significa spingere l’anima oltre i confini, lontana dai bisogni materiali, verso una purezza irraggiungibile e per questo tanto agognata.  Il tentativo di riempire un vuoto incolmabile.  Non é la sola, altre scrittrici, Karen Blixen per esempio, hanno ostinatamente combattuto contro quella voragine che se le mangiava vive, quel vuoto di cui Emily Dickinson scrive: “…questa fame fredda, senza sosta, senza fine…”.

Quando la crisi si avvicina Virginia dimentica di mandare giù cibo, associando al grasso, alla ciccia, il torpore mentale che la afferra.  Quel restare a lungo digiuna, senza appetiti, per un po’ le risveglia i sensi e l’attenzione, ma poi lentamente la sospinge verso uno stato depressivo, è la fase acuta della malattia, quando le tendenze suicide si fanno più forti, quando Virginia resta seduta immobile per ore, squassata da una tristezza disperata, senza rispondere a nulla e a nessuno.  La stranezza é che la cura a quella terribile malinconia consiste in ciò che in quei momenti detesta più di ogni altra cosa al mondo: mangiare. I medici che l’hanno in cura le dicono che per guarire deve dormire, fare una vita sana e soprattutto nutrirsi molto e bene, proprio lei, così convinta di star male perché ghiotta e pigra. Insomma Virginia è messa all’ingrasso e lei odia ingrassare, tutto quel peso, a volte anche venti chili in più, la fa sentire orrendamente sfigurata.  Mangia, costretta a ingoiare, sentendosi come una scrofa gigantesca a cui viene tenuta la testa nel piatto.  Eppure il cibo, ogni volta le salva la vita.  E’ Leonard, nei giorni della malattia, il suo carnefice e il suo salvatore.  E’ lui che la nutre, che veglia sulla sua salute.   Come una madre le si siede accanto per ore, costringendola a mandar giù qualche boccone, un’operazione estenuante, le accarezza con dolcezza un braccio o la mano e lei, come un automa, ogni tanto inghiotte qualcosa.  Leonard non si spiega i motivi di quegli atteggiamenti così strani, capisce però che dietro si nasconde qualcosa di profondo e irrazionale, un tabù, una follia pervasa da sensi di colpa, connessa all’atto del mangiare, come se rifiutando il cibo Virginia rifiutasse la dipendenza dagli altri.  Ma Leonard é uomo razionale e positivo, che ha difficoltà e forse anche poca voglia di esplorare la mente esaltata della moglie e alla fine di quelle logoranti battaglie l’unica cosa che gli sembra di capire, sebbene con difficoltà, é che con un matto é inutile litigare.

Fatto sta che ogni volta Virginia, volente o nolente, mangia, e ogni volta poi sta meglio e il sollievo é tale  che lo stesso cibo, la stessa ciccia,  che nella malattia incarnavano ansie, paure, disperazione, diventano ora strumenti di salvezza. Lo annota nei suoi diari: “Non intendo fare più scene disgustose per mangiare. Non m’importa quanto mangio pur di andare avanti così. Le voci che credevo mi facessero impazzire, pensavo fossero dovute all’eccesso di cibo, ma non é così perché continuo ad ingozzarmi, eppure non le sento più.  Ora in clinica bevo cioccolata e mangio biscotti e caffè cattivo”. Certo si lamenta di essere ingrassata ma dice anche di sentirsi finalmente molto bene e che in fondo le piace starsene nascosta in quella montagna di carne. Quando il mostro cattivo si allontana lasciandola respirare, é immensamente grata al suo corpo dilatato, e lo scrive all’amico Jacques Raverat: “Sono contenta che tu sia grasso; perché allora sei cordiale, comprensivo, generoso e creativo. Trovo che se non peso 60 chili sento le voci e ho le visioni , e non riesco né a scrivere né a dormire”.

Fra tutti gli alimenti che la forzano a mandar giù, ce n’é uno che Virginia apprezza in modo particolare, quello a cui attribuisce poteri quasi magici o comunque salvifici: “ Latte ne bevi?  Il latte é sulla soglia di casa, costa poco, é l’unico alimento genuino rimasto, non ha nessuna controindicazione…Ti prego perciò di bere latte due volte al giorno, e ogni volta di pensare a me con tenerezza”, scrive a sua sorella Vanessa.  Latte, cibo dell’infanzia, cibo di vita.

L’infanzia di Virginia é stata, quantomeno fino alla morte della madre Julia e poi della sorellastra Stella, una tipica infanzia vittoriana all’interno di una numerosa famiglia della medio-alta borghesia, una famiglia dove, come si conviene a quell’epoca, il mangiare, gli appetiti e i piaceri fisici sono comunque considerati inferiori a quelli della mente.  Il padre, Leslie Stephen, è un signore arcigno e viziato che di mestiere fa il giornalista e lo scrittore. La Virginia bambina ama nutrirsi e i suoi primi ricordi sono spesso legati al cibo: la sala da pranzo  di Hyde Park Gate, con il suo pesante tavolo intarsiato, dove si confondono aromi di sigari, di cucina, di vino.  Laura, la sorellastra handicappata che mangia da sola nella nursery con la tata.  E ancora, lei e i suoi fratelli che si divertono a osservare il signor Wolstenholme, un vecchio che vive con loro nel periodo estivo, mentre si abboffa di crostata di prugne e soffia dal naso sulla marmellata, macchiandosi di viola i lunghi baffi.  Oppure quando nei pomeriggi di sole vanno ai Kensington Gardens e comprano piccoli dolci profumati dalla donnina con le guance rosa che, estate e inverno,  indossa sempre lo stesso grembiule di cotone. Si siedono sull’erba, dividono in quattro una tavoletta di cioccolata portata da casa, i viatici, così hanno soprannominato quei preziosi bocconi che lasciano sciogliere lentamente in bocca, felici, davanti al laghetto, mentre raccontano le storie della famiglia Dilke, gente ricca, che dà grandi feste e, non plus ultra del lusso, mangia uova fritte nel burro ogni mattina!  Sembra di  vederli i bambini Stephen, nastri nei lunghi capelli le bimbe e calzoncini al ginocchio i maschietti, come nelle illustrazioni di Mary Poppins. E poi c’é la mamma, figura importante e mitizzata da Virginia, proprio perché morta così presto.  Quella mamma che rivive in tanti personaggi femminili della scrittrice, la Clarissa di Mrs. Dalloway, Isa di Tra un Atto e l’Altro, Susanna ne Le Onde e soprattutto la signora Ramsay di Gita al Faro, tutte donne che, come Julia Stephen, organizzano la casa, vivono tra il salotto e la sala da pranzo, si dedicano ad attività benefiche e danno ordini alla servitù.  Signore che sono il centro della casa, il nucleo vitale della famiglia, sorta di divinità religiose in armonia con il mondo e con la natura circostante proprio come la signora Ramsay che “mentre con cura serviva a Bankes un pezzo di carne particolarmente tenero, sentì che era parte dell’eternità”. 

A casa Stephen si mangia seguendo la tradizione, senza particolari fantasie, tanta carne, molto burro, tanta panna.  La cucina, intesa come luogo fisico dove si prepara il cibo,  é un luogo sinistro, come quasi tutte le cucine dell’epoca, un sottoscala buio e umido, rischiarato solo dalla luce di una lampada a gas, senza corrente elettrica, senza acqua corrente che viene trasportata da fuori,  fornelli a carbone, conservato in un armadio nella dispensa.  Non c’è possibilità di controllare la fiamma, naturalmente non ci sono frigoriferi e quindi la spesa va fatta quotidianamente, e anche lavare piatti e stoviglie non è affare da poco, al posto del sapone la sabbia e l’acqua da scaldare ad ogni pasto.  Un luogo tetro dove faticano, sudano e vivono ben sette persone, tra cuoche e domestiche, un antro che Virginia ricorda con un misto di repulsione e orrore, anche se le sue cucine adulte non saranno poi molto meglio.  Un giorno, davanti agli occhi attoniti di una Virginia bambina, una delle poveracce costrette a guadagnarsi il pane in quella spelonca, dice alla signora Julia che quel luogo é come l’inferno e viene prontamente licenziata.  Gli Stephen, genitori e figli, lamentano spesso di non avere soldi, di essere costretti a vivere modestamente, ma sette persone in cucina non sembrano certo suggerire una grande miseria. La verità é che Leslie Stephen è un uomo avaro, attentissimo al denaro, soprattutto dopo la morte della moglie, quando Vanessa, la sorella maggiore di Virginia, deve assumere il ruolo di padrona di casa.  Un ruolo pesante, costantemente monitorata dal padre che, secondo i dettami della società dell’epoca, controlla la servitù ed educa la figlia ad un parsimonioso risparmio.  Così ogni settimana a Vanessa tocca affrontare le forche caudine, la resa dei conti. Tutti i lunedì esibisce il suo quaderno con le spese e in cambio si fa dare l’assegno per gli acquisti settimanali.  E non c’è volta che il signor Stephen non borbotti e protesti per quelle che, a suo parere, sono le somme enormi spese per il cibo.

Tra la servitù che si agita nelle tetre cucine di casa Stephen, il personaggio di rilievo é senz’altro Sophie, la cuoca, la prima di una lunga schiera di cuoche, che entreranno nella vita di Virginia rovinandole l’esistenza.  Il rapporto tra la scrittrice, le sue cuoche e le sue cameriere é stato davvero quanto di più bizzarro si possa immaginare tant’è che sull’argomento sono stati scritti saggi e articoli.  Virginia, che per molti anni non ha saputo  cucinare neanche un uovo al tegamino,  ha avuto con la servitù un rapporto di dipendenza totale, e questo per una donna che ha inseguito la propria autonomia tutta la vita, è insopportabile.  Non solo ma la Woolf professa anche idee socialiste, pur restando un’aristocratica signora inglese e questa contraddizione rende il rapporto con i domestici difficile e poco chiaro.  Insomma si oscilla sempre tra una sorta di amicizia e un tradizionalissimo rapporto serva-padrona.  E’ la stessa Virginia a raccontare questa schizofrenica altalena una volta che nei suoi diari scrive dei cambiamenti del carattere umano avvenuti dopo la Grande Guerra, e per farlo prende ad esempio proprio la figura della cuoca: “La cuoca vittoriana, formidabile, silenziosa, oscura, inscrutabile” viveva legata alla terra, in bui sotterranei, nelle profondità della casa, al contrario la cuoca moderna vive alla luce, vuole aria fresca, vuole pareri su vestiti e cappelli, chiede in prestito i giornali ai suoi padroni.  Certo é che malgrado le pretese socialiste, Virginia ha sempre preferito il primo tipo di cuoca, preferisce insomma Sophie Farrell, l’unica con cui mantiene buoni rapporti per tutta la vita.  Sophie era stata la cuoca dei signori Stephen per anni, e dopo la loro morte passa al servizio dei ragazzi. Non è una cuoca eccelsa, non ha avuto particolari tirocini, fa il pane e gli scones, é infaticabile e onesta nel cucinare ogni giorno tre pasti per la famiglia che amerà per tutta la vita. La cucina è il suo regno e lei una vera regina, dà direttive agli altri domestici, aspetta le consegne, ordina la spesa, esige solo ingredienti di prima qualità perché afferma  che quello che si risparmia in cibo si spende poi in medici.  Quando arriva l’estate e il clan Stephen si sposta in Cornovaglia, a Talland House, Sophie va con loro.  Lì, a Saint Ives, una cittadina che odora di pesce, abitata da pescatori di sardine, Virginia e i suoi fratelli vivono giorni felici facendo scorpacciate di panna densa, di more succose, delle focaccine che Charlie Pearce, l’ambulante del villaggio, vende loro ogni mattina.  E tutti i giorni nelle cucine di Talland House, compare la signora Adams, la pescivendola, trascinando con sé una grossa cesta in cui si agitano aragoste ancora vive, che muovono lente le loro chele azzurrine.  Una mattina Mrs. Adams porta un grosso pesce che viene attaccato ad un gancio nella dispensa, é vivo e si agita come un cavallo imbizzarrito, sarà Sophie ad ammazzarlo a colpi di scopa.  Sophie è l’addetta ai cucinicoli, quelle ceste che i fratelli Stephen  fanno scivolare giù dalla finestra, se la cuoca é di buon umore allora il paniere risalirà colmo degli avanzi dei pranzi degli adulti, se l’umore é cattivo resterà invece tristemente vuota.  Di Sophie resta una foto meravigliosa, accompagnata da una lettera che la cuoca scrive a Virginia, ormai sposata con Leonard e affermata scrittrice.  Quando mi é capitata tra le mani l’ho rimirata per ore.  E’ una foto che parla.  Di fronte a me una signora ben in carne, come si conviene ad una vera cuoca, sorride brandendo un mestolo e una pentola, accanto a lei un tegame di piselli.  E’ la stessa Sophie a raccontare come fu scattata quella foto: “ Un giorno la sua cara madre mi trovò in cucina a sgusciare piselli e disse-Ecco cosa mi piace! Vederti al lavoro. Aspetta che trovo la signorina Stella e ti faccio fare una foto- Poi arriva anche il signor Gerald (Duckworth, amico di famiglia-NdA) –Oh-disse- mi piaci con quel grosso mestolo- … Venerdì scorso- aggiunge Sophie- erano cinquant’anni che cucinavo per la prima volta il vostro pranzo di Natale!”.  E la brava cuoca continuerà a preparare squisiti tacchini e fagiani sontuosi anche dopo la morte dei signori Stephen.

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